L’AMBIENTE E
IL PAESAGGIO
La dimensione spaziale e temporale del romanzo
è in funzione della sua struttura “corale”. Riprendendo
la definizione del critico russo M. Backtin, “I
Malavoglia” può essere considerato un perfetto modello di
“romanzo polifonico”, dove ogni personaggio è insieme
oggetto della parola del narratore e soggetto della propria
parola.
Qui il dialogo diventa azione, strumento
dinamico che costituisce il racconto sottoponendolo a più
punti di vista.
Lo spazio non si definisce mai nella sua
oggettività, ma nel modo in cui appare ai personaggi. Esso
coincide con il villaggio di Acitrezza, ordinato in una serie
di piccoli frammenti di mondo, compiuti in se stessi: la casa
del nespolo e il mare, l’osteria di Santuzza e la bottega
dello speziale, la piazza e la spiaggia, gli scalini della
chiesa e il negozio del barbiere, la casa del beccaio e gli
scogli del Rotolo.
Acitrezza diventa così il luogo dove ciascuno
vede esente i gesti e le parole degli altri, attua e subisce
giudizi e commenti sulle persone e sugli eventi.
Solo saltuariamente la scena si sposta ai
paesi vicini o alla città (Catania); essa diventa, per i
“poveri diavoli” di Acitrezza, il luogo infernale della
rovina e della catastrofe: qui Lia andrà a perdersi come
prostituta e padron’Ntoni andrà a morire all’ospedale,
lontano dai suoi familiari e dal suo mondo.
Il paesaggio non è mai descritto, ma sempre
raccontato; questo rende l’idea della simbiosi esistente tra
l’ambiente e i personaggi. Lo spazio del villaggio è
dominato dalla presenza costante del mare, che sembra
accompagnare come un sottofondo musicale le speranze e i
dolori dei pescatori. Il mare è, nello stesso tempo, ragione
di vita e di sopravvivenza economica e causa di sventura e di
morte. Esso assume anche connotazioni antropomorfe, tipiche
delle suggestioni e delle credenze popolari; il mare sembra, a
tratti, una presenza quasi umana: sensibile alle condizioni
meteorologiche, dorme, russa, muggisce e urla.
La casa e la barca, i due simboli della
sopravvivenza economica dei Malavoglia e quindi della
tradizione familiare, s’identificano soprattutto nei momenti
di sventura e di miseria.
Per quanto riguarda il tempo, ne “I
Malavoglia” esso procede secondo la cronologia dei fatti in
sequenze parallele, per cui la narrazione acquista la stessa
percezione che si ha della realtà. Lo sguardo dei personaggi
crea l’unità temporale tra le sequenze: è lo sguardo che
si sposta dai vicoli di Acitrezza al mare e dal mare alla casa
del nespolo la tragica notte del naufragio della Provvidenza.
Per annullare la sensazione, da parte del
lettore, di salti spaziali nel proporsi della vicenda, Verga
usa la tecnica della concatenazione, cioè la ripetizione
della frase da una sequenza ad un’altra. Questo è ancora più
evidente nei passaggi da un capitolo ad un altro: -“Che
disgrazia!” dicevano sulla via “E la barca era carica! Più
di quarant’onze di lupini!”-[fine cap. III]-“Il peggio
era che i lupini li avevano presi a credenza”- [inizio cap.
IV]; oppure –“Mio fratello Luca ci sta meglio di me a fare
il soldato!” brontolò ’Ntoni nell’andarsene- [fine cap.
VII]- “Luca poveretto non ci stava né peggio né meglio”-
[inizio cap. VIII].
La vicenda sembra collocata in un non definito
intervallo storico, della durata di quindici anni circa, anche
se è presente qualche riferimento cronologico. I fatti
storici di cui si parla nel romanzo; la battaglia di Lissa, la
cacciata dei Borboni, l’impresa garibaldina, non hanno
funzione di cronaca o sfondo, ma sono citati perché
costituiscono motivo di guai per i Malavoglia o sono argomenti
di conversazione o di polemica per la gente del villaggio;
inoltre danno al racconto un sapore di “remota attualità”
che rende i personaggi e le vicende ancora più vive nel
ricordo.
I PERSONAGGI
I personaggi ne “I Malavoglia” sono delle
voci narranti all’interno del ”coro” di Acitrezza. Le
indicazioni sull’aspetto fisico dei personaggi sono
estremamente limitate e vengono fornite non al primo apparire
delle varie figure, ma quando esse sono già familiari al
lettore, filtrate quasi sempre da interventi del personaggio
stesso, o, più di frequente, di altri personaggi.
Della Longa
sappiamo solo che era “ una piccina che badava a tessere,
salare le acciughe e far figlioli, da buona massaia”; anche
dell’aspetto di Mena, “soprannominata
Sant’Agata ” perché stava sempre al telaio, non sappiamo
assolutamente nulla. Di Lia
e di Nunziata si sa solo che
sono bambine, e che crescono nel corso del romanzo fino a
divenire delle giovani donne.
Anche gli altri personaggi femminili del
romanzo sono caratterizzati da scarsi particolari fisici, per
lo più attraverso le battute schiette e pungenti di altri
personaggi: la Zuppidda, la Vespa, la Santuzza.
Sono donne umili, ma anche seducenti e
maliziose, c’è chi dedica la sua vita al lavoro e alla
famiglia e chi preferisce farsi corteggiare dagli scapoli
agiati del paese. Ad Acitrezza Verga fa rivivere un’ampia
gamma di caratteri e personalità, conferendo naturalezza e
realismo ai suoi personaggi.
Quasi nulla viene detto dell’aspetto fisico
dei personaggi maschili, fatta eccezione per Bastianazzo,
“grande e grosso quanto il S. Cristoforo che c’era dipinto
sotto l’arco della pescheria della città”.
La dimensione psicologica dei personaggi non
è mai univoca, ma sempre sfaccettata e rifranta attraverso il
gioco dei diversi punti di vista, che ne evidenziano la
costante stabilità.
I personaggi de “I Malavoglia” si
costruiscono nel gioco intrecciato delle relazioni
interpersonali. E’ il linguaggio a funzionare da filtro
trasparente delle idee, degli affetti, degli atteggiamenti e
quasi sempre cristallizza l’azione e le persone in una
fissità stereotipata, che rimane impressa nella memoria del
lettore.
Il romanzo sembra articolarsi in un sistema di
“coppie di opposti”; ogni coppia esprime l’antitesi tra
due tendenze ideologiche di per sé contrastanti: il legame
con l’ideale etico e le leggi patriarcali della tradizione,
e la ricerca egoistica dell’utile o la ribellione al mondo
statico e ripetitivo del borgo.
Nella famiglia
Malavoglia, tra i nipoti di padron
‘Ntoni si possono identificare le coppie
‘Ntoni-Alessi e Lia-Mena. Alessi
somiglia al nonno e al padre, sarà lui a
perpetuare il codice di comportamento della famiglia laboriosa
ed onesta. ‘Ntoni
invece sarà ribelle alle norme etiche della tradizione e si
allontanerà sempre di più dalla famiglia e dagli affetti.
Allo stesso modo, Mena rispetta il codice
dell’onore familiare e sceglie la strada della rinuncia e
dell’accettazione del destino, mentre Lia infrange tale
codice e sceglie la via della fuga e della perdizione. Da un
lato emerge la saggezza del nonno, che ha una visione statica
della gerarchia sociale, dall’altro l’irrequietudine del
nipote (‘Ntoni) alla ricerca della libertà e del guadagno
fuori dal mondo di Acitrezza.
La decisione finale di ‘Ntoni di partire
nasce dalla presa di coscienza di un mutamento irreversibile,
del distacco da una visione del mondo in cui legge morale e
codice dell’onore coincidono.
Il pensiero politico della gente e la funzione
dello stato sono rappresentati dalla disputa tra il prelato
don Giammaria, reazionario e filoborbonico e don Franco, lo
speziale repubblicano e anticlericale. Come emerge dalla
rivolte per il dazio sulla pece, trasformatasi in una bega di
comari pettegole, Verga non crede nella rivoluzione, perché
tanto il mondo non cambierà mai, e ci saranno sempre i deboli
e i forti, governanti e governati, e prevarrà sempre la legge
della violenza e dell’interesse.
Il mondo di Acitrezza sfugge, comunque, alla
logica dello stato e si isola come comunità a se stante.
La famiglia Malavoglia difende i valori
autentici: la “religione” della casa e della famiglia, il
lavoro, l’onore, la solidarietà e l’altruismo. E in
questa lotta soccombe, precipitando nella rovina e nella
catastrofe della miseria. Sono loro i “vinti” del Verga,
non perché sopraffatti dal destino, ma perché sconfitti dai
più forti, dominati dal meccanismo crudele di chi conosce e
pratica solo la legge della forza e dell’utile personale.
TEMI
PRINCIPALI AFFRONTATI
La qualità principale di Verga non è
l’immaginazione cara ai romantici, ma la capacità di
esprimere il senso del reale: come afferma lo stesso Zola,
“Far muovere personaggi reali in un ambiente reale, offrire
al lettore un brandello di vita umana; il romanzo naturalista
è tutto qui”.
Legata all’importanza della TRADIZIONE
è sicuramente la presenza di circa centocinquanta PROVERBI,
hanno un valore simbolico, esprimono angosce, desideri e
concezioni di un mondo che non trova altro modo di
manifestarsi.
I proverbi contengono la sintesi del pensiero
della povera gente che “I Malavoglia” intendevano
esprimere, inoltre rimangono tali nel tempo ,immersi in una
sfera di fissità ideologica e morale che li rende sempre
attuali.
La concezione patriarcale della famiglia è
espressa completamente nei proverbi di padron ‘Ntoni: “Gli
uomini sono fatti come le dita di una mano, il dito grosso
deve fare da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito
piccolo”, “Per menare il remo bisogna che le cinque dita
s’aiutino l’un l’altro”, “Fa il mestiere che sai, se
non t’arricchisci, camperai”.
“Boia” della tradizione, il PROGRESSO
diventa, agli occhi di Verga, la macina impietosa della storia
che calpesta i più deboli, quelli che non sanno subordinare
la purezza dei valori all’egoismo dell’utile senza
scrupoli. Verga non crede nel progresso e nelle rivoluzioni,
la sua visione del mondo esclude sia la speranza in un
miglioramento futuro della società, sia il rimpianto di un
ritorno al passato, ma si traduce in un’analisi lucida e
oggettiva del reale. Il suo avvilente pessimismo offre solo
una tragica panoramica di quella che è la quotidianità: le
sofferenze prodotte dalla lotta per l’esistenza,
l’oppressione che rende schiavi in casa propria, la miseria
che soffoca la povera gente e non lascia spazio a nessuna
rivincita sul destino.
Anche la rovina dei Malavoglia sembra segnata
dal destino, da un FATO
cupo e crudele, in realtà dipende da un
complesso gioco di intrighi in cui l’usuraio, il sensale e
il segretario comunale si muovono da maestri. Non è il fato a
determinare vinti e vincitori, ma la legge del guadagno che fa
perdere alle persone il rispetto dei valori.
Concludendo quest’analisi vorrei riproporre
l’epilogo del romanzo, in cui ‘Ntoni coglie il senso del
suo viaggio:
“Anch’io allora non sapevo nulla, e qui
non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene!”.
Prima non conosceva il valore delle radici familiari e della
tradizione dei padri, e voleva partire alla ricerca di una
felicità utopica, nascosta tra i veli dell’ozio e del
benessere; ora che ha capito, invece, riconosce di aver perso
le sue radici, di dover morire per rinascere diverso.
Il mondo continua la sua corsa senza sosta,
sta soltanto alla caparbietà di ciascuno fare in modo che non
si dimentichi del nostro passaggio.
Verga, con “I Malavoglia”, ha assolto
questo arduo compito, e certamente ci rimarrà, ascoltando il
suo nome, il rumore di un mare in tempesta e la luce di una
casa che aspetta nel tramonto.
LA VITA
Giovanni
Verga,
scrittore
italiano (Catania 1840-1922). Di formazione
romantico-risorgimentale, esordì con romanzi storici e
patriottici ispirati a Dumas (Amore e patria, rimasto inedito;
I carbonari della montagna, 1861-62; Sulle lagune, 1863),
occupandosi nel contempo di giornalismo politico. Trasferitosi
a Firenze nel 1865, frequentò i salotti letterari e, a Milano
dal 1872, entrò in contatto con gli ambienti della
Scapigliatura e aderì al Verismo. Non ebbe grande successo
presso il pubblico, più sensibile alla problematica di
Fogazzaro o all'estetismo di D'Annunzio. Ritornato a Catania
(1893), abbandonò l'attività di scrittore, vivendo i suoi
ultimi anni in modo schivo e riservato. Il tema dello scontro
con la società appare già in Una peccatrice (1865), dove è
affermato il valore assoluto della passione amorosa, con
eccessive compiacenze per i motivi tetri e macabri, che fanno
di questo romanzo, ripudiato dallo stesso autore, un
"museo degli orrori romantici" (L. Russo). Una
vicenda d'amore è anche Storia di una capinera (1871), che
piacque per il motivo sociale della monacazione forzata e per
il languido romanticismo; ma nella parte finale del romanzo
appaiono motivi di gusto già scapigliato, che sono sviluppati
in Eva (1873): questo primo romanzo milanese segna il
passaggio di Verga dall'ingenua mitologia romantica a un
moralismo ribelle contro una società dominata dal feticcio
del denaro, alla quale viene contrapposto il ritorno ai valori
tradizionali della famiglia. Questo tema domina anche in Tigre
reale (1873), notevole per il primo apparire del motivo della
rinuncia all'amore, che avrà ampio sviluppo nei capolavori e
in Eros (1875), incentrato sul cinismo disilluso, come fulcro
di una vita sbagliata, inesorabilmente chiusa dal suicidio del
protagonista. Dopo questo romanzo, Verga abbandona anche il
moralismo scapigliato e ogni polemica contro la società
aristocratico-borghese per ripiegare nel vagheggiamento di una
società contadina e preindustriale. Tale svolta, che coincide
con l'adesione al Verismo, non si manifesta, nonostante
l'argomento rusticano, in Nedda (1874), dove manca ancora
l'impersonalità e troppo scoperto è il vittimismo
tardo-romantico, e neppure in Primavera e altri racconti
(1876), ma nei racconti di Vita dei campi (1880), centrati su
un mondo elementare e arcaico, dove l'unica difesa contro la
spietata legge dell'interesse economico è la famiglia.
Vertici narrativi di Vita dei campi sono due racconti di
emarginati: Jeli il pastore che, muovendo dalla struggente
evocazione della campagna siciliana, narra il tragico impatto
di un giovane "primitivo" con un contesto sociale
fondato sulla proprietà privata come unico valore, e Rosso
Malpelo, storia di un ragazzo che accetta e nel contempo
denuncia con estrema lucidità, il sistema di violenza su cui
è strutturata la società. Il contrasto tra mondo borghese e
società arcaico-rurale si traduce, nei Malavoglia (1881),
nell'opposizione tra gli abitanti di Aci Trezza, guidati dalla
legge dell'egoismo e dall'interesse e i Malavoglia, fedeli al
mito della famiglia ma destinati a essere travolti e a
sentirsi isolati e "vinti". L'originalità del
romanzo, sul piano stilistico, è nel "discorso
rivissuto", con il quale Verga filtra il racconto
attraverso i pensieri e i discorsi dei paesani, raggiungendo
un esito altissimo di coralità. Dopo Il marito di Elena
(1882), di ambiente cittadino e piccolo-borghese, Verga
pubblicò le Novelle rusticane (1883), dove crollano i miti
della famiglia e dell'onore, mentre diventa più spietata e più
dura la logica economica (Pane nero, La roba) e si scatena la
violenza di classe (Libertà). Dopo le novelle di Per le vie
(1883) e Vagabondaggio (1887), dove è rappresentato il mondo
popolare milanese e siciliano, appare il secondo romanzo del
ciclo dei "vinti", Mastro don Gesualdo (1889),
dramma dell'ascesa sociale di un ex manovale, il cui benessere
economico, raggiunto dopo tante fatiche, rende ancora più
tragica la morte, in una solitudine squallida e disperata.
L'abisso tra natura e storia, che caratterizzava i Malavoglia,
appare colmato in Mastro don Gesualdo non perché Verga abbia
modificato il suo pessimismo, che, anzi, si è incupito, ma
perché la vicenda storico-politica, che nell'episodio
malavogliesco della battaglia di Lissa era una realtà
estranea e lontana, ora è vista dall'interno, e Verga dà
voce alla delusione storica nei confronti del Risorgimento
tradito. Dopo Mastro don Gesualdo comincia il lungo crepuscolo
dello scrittore, la cui esperienza teatrale si riduce a una
trasposizione più o meno riuscita della sua narrativa sulla
scena (Cavalleria rusticana, 1884; In portineria, 1885; La
Lupa, 1896; Caccia al lupo e Caccia alla volpe, 1902; Dal tuo
al mio, 1903; Rose caduche 1918). Tra le altre opere
narrative, ricordiamo il racconto di Caccia al lupo (1897), di
efficace taglio drammatico, e il romanzo Dal tuo al mio
(1905), che, come l'incompiuta Duchessa di Leyra, contiene
pagine di notevole potenza artistica.
L’opera più acclamata e considerata di
Verga è sicuramente “I Malavoglia”, di cui abbiamo già
approfondito i tratti principali.
Un altro tra i sui capolavori è “Mastro don
Gesualdo”; in quest’opera, Gesualdo Motta, un manovale,
diventa, a furia di lavorare, un ricco borghese e vuole
imparentarsi con la nobiltà: sposa Bianca Trao, costretta al
matrimonio per rimediare a una precedente relazione, il cui
frutto è la figlia Isabella. Isolato nella famiglia,
ricattato dalla famiglia d'origine, Gesualdo deve abbandonare
Diodata, la serva fedele che egli ha reso più volte madre.
Isabella sposa un duca squattrinato che disperde le sostanze
accumulate con tanta fatica da Gesualdo; questi, ammalatosi
nel palazzo palermitano del genero, tenta invano di comunicare
le sue ultime intenzioni alla figlia e si spegne solo, tra
l'indifferenza e i pettegolezzi dei servi.