LINUX: intervista a Linus Torvalds
«Il
mercato dei pc è la nuova sfida del mio Pinguino»
di Fabio Malagnini
A trent'anni Linus Torvalds, da dieci indiscusso deus ex
machina del sistema operativo che porta il suo nome (Linux),
è probabilmente il finlandese più famoso al mondo dopo Mika
Hakkinen. Ma, a differenza del campione di Formula 1, la
domanda a cui si trova più spesso a dover rispondere è: «Cosa
si prova a non essere miliardari?» Sottinteso: dopo aver dato
vita all'unico ambiente operativo in grado di impensierire
l'impero di Bill Gates. Con poche varianti, la risposta è
che, dopotutto, non se la passa così male: ha una casa da un
milione di dollari a Santa Clara, in California, dove si è
trasferito da qualche anno, un lavoro super pagato come
dipendente di Transmeta, innovativo produttore di microchip.
Ma, soprattutto, come recita il titolo fresco di stampa del
suo primo libro, «Just for fun», grazie a Linux può fare
quello che lo diverte. Renderlo un «programma aperto», dice,
è stata l'idea migliore della sua vita. «Il Sole-24 Ore New
Economy» lo ha incontrato a Helsinki in occasione di un
convegno organizzato da Ibm a dimostrazione del forte supporto
a Linux. Del resto, già il 10 gennaio su queste pagine veniva
riconosciuto il ruolo crescente del "pinguino" nel
mondo del l'informatica mondiale (sul sito
www.neteconomy24.com una Web guide).
In questo colloquio «a cuore aperto» e in esclusiva per
l'Italia, Torvalds ha tracciato un bilancio ed esposto le
prospettive dello sviluppo dell'informatica mondiale, dopo
anni di silenzio sulla grande stampa internazionale.
Mr. Torvalds, come ha visto evolvere il
modello Open source in questi anni?
L'Open source è un affare per tutti perché chiunque può
usare il software del concorrente. Ma non vuol dire «software
gratis». Significa che, sottoscrivendo la licenza Gpl (General
public license), chiunque può usare quel software, copiarlo,
venderlo, ma soprattutto, apportarvi delle modifiche, a patto
di garantire anche agli altri l'accesso al codice sorgente.
L'Open source è il termine che preferisco all'altro di «Free
software», che ha un suono più "politico". Ma è
il solo modo che abbiamo per affrontare un mondo decisamente
complesso come quello del software. In un progetto Open source
il ruolo dell'utente è fondamentale quanto quello del
programmatore. Linux, ad esempio, non sarebbe così stabile,
senza il contributo di migliaia di utenti che lo hanno testato
al rilascio di ogni nuova versione.
Cosa rende il modello Open source
economicamente conveniente? E oggi sarebbe possibile ricreare
il fenomeno Linux?
In generale, non credo che un'organizzazione possa dare vita a
qualcosa di più grande di se stessa. Scrivere un sistema
operativo è oggi un'immane impresa mangiasoldi. Chi cerca di
fare da solo deve affrontare costi stratosferici e tende
quindi a proteggere i suoi investimenti elevando alle stelle
le barriere che proteggono la proprietà intellettuale. In
questo modo oggi è diventato difficile, se non impossibile,
scrivere software senza la pistola puntata degli avvocati.
Guardando avanti nel prossimo futuro, diciamo tra 15-20 anni,
anche società come Oracle potrebbero smettere di sviluppare
software - un'attività divenuta troppo complessa e costosa
per qualsiasi singola organizzazione - e dedicarsi invece ai
servizi, più redditizi, che ruotano attorono al software.
Qual è la sua opinione riguardo al Digital
millennium copyright act (Dmca), la legislazione per la tutela
del copyright di opere digitali voluta dall'amministrazione
Clinton?
È un meccanismo infernale, molto pericoloso. La proprietà
intellettuale si basa su un rapporto di equilibrio tra
l'autore e l'utente finale. Senza di questo la circolazione
del sapere prima o poi si blocca. Il Dmca spezza questo
equilibrio e cancella il "fair use" per proteggere i
produttori. Come legislazione non sembra considerare che gli
utenti saranno sempre molto più numerosi dei produttori.
Negli Usa c'è più sensibilità per la libertà di
espressione rispetto all'Europa, dove esistono buone leggi,
come quella finlandese, accanto a pessime leggi come quella
inglese. continua
I progetti come Linux contribuiscono a
ridurre il digital divide, il divario tecnologico tra Paesi
ricchi e quelli in via di sviluppo?
Sono un tecnico e non un esperto di problemi sociali. In molte
aree depresse Linux è popolare perché, per la prima volta, i
programmatori possono modificare un sistema operativo e non
solo tradurlo. La formula open source può funzionare al di
fuori del mondo dell'informatica, come modello di sviluppo in
cui le imprese diffondono la "conoscenza"
rinunciando a proteggere le invenzioni con brevetti? Solo in
alcune aree piuttosto circoscritte, come la biologia o la
genetica. Il modello funziona solo in un mondo di informazione
incrementale come quello del software, dove gli elementi della
conoscenza, in continua evoluzione, rendono lo scambio tra i
soggetti, in pratica, senza alternative. La maggior parte
dell'informazione oggi non corrisponde a questo schema: un
libro o un brano musicale non evolvono ma hanno un inizio e
una fine ben precisi, a eccezione, forse, dell'arte
sperimentale. Ma, soprattutto, l'open source non sembra
funzionare per l'hardware: l'informazione e la ricerca
incorporate nel design di un'automobile, poniamo,
costituiscono una porzione troppo limitata del prodotto
finale.
Quanti programmatori lavorano allo sviluppo
di Linux?
Fino ad alcune centinaia, in certi momenti. Di preciso non lo
so neppure io. Una decina di persone coordinano invece lo
sviluppo dei progetti e del kernel di Linux, il nucleo più
interno del sistema, con responsabilità ben definite.
Perché hanno deciso di farlo?
Le motivazioni sono varie, sociologicamente molto
interessanti.Qualcuno, di sicuro, lo fa per mettersi in
mostra: mette la sua firma tra milioni di linee di codice.
Altri lo fanno per i vantaggi economici e professionali che,
indirettamente, ne possono derivare. Ma il caso più comune è
questo. Un programmatore, per risolvere un problema incontrato
nel suo lavoro, scrive un nuovo pezzo di software; ad esempio
per collegare una scheda grafica. E automaticamente lo mette a
disposizione di tutti gli altri.
Che rapporti intercorrono con altri
progetti open source, come ad esempio FreeBsd?
La comunità FreeBsd, in genere, è più iniziatica di quella
Linux, lì incontri i puristi devoti a Unix. Si lavora molto,
invece, con altri progetti open source, nati per fornire
applicazioniagli utenti Linux.
Da dove vengono i soldi di Linux? E da dove
vengono i soldi di Ibm?
Dalla ricerca, cioè dalla conoscenza!
Non teme che Linux, per iniziativa di
qualche vendor, possa prima o poi frammentarsi in tanti
dialetti, come è successo per il sistema operativo Unix?
No. Per i vendor Linux - come per chiunque altro - il valore
aggiunto nasce dall'aver accettato la formula open source,
condivisa da clienti e programmatori. Se ne uscissero, il loro
valore aggiunto sparirebbe. Almeno tra i grandi vendor escludo
che qualcuno voglia suicidarsi. La sicurezza dei dati
aziendali è indicata come un punto di vantaggio dei sistemi
proprietari, più vecchi e collaudati, rispetto a quelli
aperti.
Che priorità ricopre oggi nello sviluppo
di Linux?
Linux è usato anche da aziende piuttosto conservatrici ed
esigenti in fatto di sicurezza, parlo di grandi banche e di
importanti compagnie aeree che non vedrebbero certo di buon
occhio i loro dati sparsi per Internet. Ma, a parte ciò, in
molti discorsi sulla sicurezza non si coglie il punto: la
"sicurezza" dipende da tanti fattori e il sistema
operativo è solo uno di questi. Ci sono le applicazioni, la
locazione fisica dei sistemi, tutti fattori molto critici e,
infine, il più critico di tutti sono le persone in carne e
ossa. La sicurezza è, ovviamente, una priorità per tutti. Ma
non tutti la intendono allo stesso modo. Per qualcuno, ad
esempio, un sistema è "sicuro" quando la macchina
va in crash ma non perde i dati (dice ridendo Linus Torvalds).
In genere si tende a pensare che un sistema è più sicuro
perché non ha buchi. Invece la realtà non è bianca o nera.
Mi domando: come reagisce il sistema quando viene rilevato un
buco nella sicurezza? In un sistema aperto, qualcuno, magari
dall'altra parte del mondo, probabilmente ha già incontrato e
risolto il problema. Senza aspettare la prossima release.
Altrove ne dubito.
Quando vedremo Linux già preinstallato nei
pc come Windows?
Oggi affrontare il mercato del desktop sarebbe antieconomico
per qualsiasi vendor. Ma non sarà sempre così, anzi
personalmente sono ottimista. È questione di tempo: tra un
paio d'anni, quando la generazione che ha fatto l'università
negli ultimi 4-5 anni entrerà in massa nel mondo del lavoro,
qualcosa comincerà a cambiare. Molti di loro hanno usato
Linux non solo per programmare ma anche per scrivere e per
Internet.
Quindi prevede che Linux arriverà prima o
poi sulle scrivanie delle "persone comuni"?
Sì, ma il vero motivo è un altro. Negli anni 80 quando
compravamo un computer non si sapeva ancora bene per fare
cosa. Ma da una decina di anni lo sappiamo: il computer è
usato per quattro o cinque compiti principali, che
corrispondono ai quattro o cinque programmi di Office. Come la
videoscrittura o il foglio elettronico. E non sono cambiati:
nelle nuove versioni di Office è cambiato, in pratica, solo
il formato dei file. Così, mentre l'hardware costa sempre
meno, in proporzione il costo del software, che già incide
per il 50% nel prezzo complessivo di un pc, tende a salire. È
chiaro che non può andare avanti al l'infinito, soprattutto
in un mercato maturo che è già di sostituzione.
Cosa succederà, allora, se prima o poi un
vendor offrisse quelle quattro o cinque cose, che già
conosciamo, senza il sovrapprezzo di un software troppo
costoso?
Quello che ancora manca a Linux sono le applicazioni adatte:
abbiamo ottimi programmi per i server, ma non esiste un
alternativa valida a Office. StarOffice, secondo me, è da
rottamare.
La gente comune come accoglierebbe Linux?
Il desktop è la dimensione più interessante che esista,
perché la gente costituisce pur sempre l'ambiente più pazzo
e imprevedibile. Non conosco nessuno che mi abbia detto: «Senza
il mio server sarei perduto!». Un server non provoca
reazioni. Ma il desktop, con cui lavoriamo tutti i giorni sì.
Il mondo dei server, per un programmatore è più facile: in
fondo sa già prima cosa occorre, cosa si deve fare. Nei
sistemi desktop, è diverso: non lo sa e impara strada facendo
dagli altri. Qualsiasi cosa può succedere e rivelarsi utile.
Tornando alla domanda, non saprei: dipende dal l'utente
finale. A differenza di Windows e di MacOs, Linux, come tutta
la progenie Unix, non ha un'unica interfaccia grafica,
integrata al sistema operativo.
Per l'utente è un handicap o un vantaggio?
Oggi direi un vantaggio: interfacce diverse, in competizione
tra loro, permettono di scegliere. Quella che resterà sarà
stata selezionata dalla gente e non da un unico produttore.
Nel prossimo futuro, si è ipotizzato che ognuno di noi
possiederà svariati indirizzi Ip, uno per ogni dispositivo,
cellulare o car navigator in circolazione. Una prospettiva che
rimpicciolisce il tradizionale computer. Per un po' si è
creduto che anche ogni singola molecola avrebbe avuto il suo
indirizzo Ip e sarebbe stata messa in Rete. Per questo si è
pensato a un nuovo protocollo, l'IpV6, e a una quantità
incredibile di possibili indirizzi. La realtà: oggi IpV6 è
usato in alcune università per fare ricerche sull'IpV6!
Come immagina Linux tra cinque anni?
Ibm vede Linux affemato nell'e-business, io credo che tra
cinque anni non si parlerà neppure più di Linux, perché sarà
un fatto perfettamente scontato per tutti. E, almeno me lo
auguro, si parlerà solo di applicazioni.
Incontrerebbe Bill Gates?
Certo. Ma senza giornalisti in vista.